domenica 23 dicembre 2012
L'albero di Natale
(da Rory)
L'albero di Natale insieme al presepe è una delle usanze natalizie più diffuse.
Di solito si addobba l'albero il giorno dell'Immacolata, l'otto dicembre e si toglie il sei gennaio,il giorno della befana!
Solitamente l'albero è un'abete rosso oppure il pino ma se ne possono usare anche altri tipi.
Gli ornamenti più diffusi sono le così dette palline, che non è un termine molto corretto perchè non sempre sono sferiche ma possono essere di altre forme.Ma non solo,ci sono le miniluci che hanno sostituito le candele già dal Novecento e che ora ce ne sono di moltissimi tipi,addirittura musicali.
La cima dell'albero è arricchita con il puntale,generalmente a forma di stella cometa.
L'albero di Natale è l'immagine del rinnovarsi della vita ed è un tema pagano, che poi è stato integrato nel Cristianesimo.
Sembra che questa tradizione sia nata a Tallinn in Estonia nel 1441,quando nella grande piazza del Municipio fu messo un grande abete,intorno al quale uomini e donne ballavano cercando l'anima gemella.E così questa tradizione arriva fino ai giorni nostri!

Auguro un Buon Natale e delle Buone Feste a tuttiii!!:)



Presepe
(da Lulù)

Il presepe è la rappresentazione, vivente o sottoforma di statuine, della nascita di Gesù.
Questo avvenimento così importante per la religione cristiana viene raccontato in modo molto sintetico nei Vangeli canonici (quelli di Luca, Matteo, Giovanni e Marco), anzi solamente Luca e Matteo ne parlano, mentre in quelli apocrifi è raccontato in modo più particolareggiato.
Nel Vangelo di Luca la natività è raccontata così:


In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama».
Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.




Nel Vangelo di Matteo il racconto è ancora più stringato:


Ed ecco come Gesù Cristo fu generato: essendo stata sua madre fidanzata a Giuseppe, prima che essi abitassero insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo.  Ora, Giuseppe suo sposo, essendo giusto e non volendo esporla al pubblico discredito, pensò di ripudiarla in segreto.  Mentre egli meditava queste cose, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno dicendogli: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che in lei è generato è opera dello Spirito Santo;  essa partorirà un figlio al quale tu porrai nome Gesù. Egli, infatti. salverà il proprio popolo dai suoi peccati". Ora, tutto questo avvenne affinché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta:  "Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiameranno Emmanuel", che significa: "Dio con noi".
 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e condusse presso di sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, cui egli pose nome Gesù.



È evidente quindi che quando noi a casa prepariamo il presepe non ci ispiriamo un granché ai racconti evangelici (al massimo a quello di Luca dove è presente la mangiatoia, l’angelo e i pastori), ma alla tradizione popolare ed in parte ai Vangeli apocrifi.
Ad esempio il bue e l’asinello sono presenti solamente nel vangelo di Giacomo, la grotta in cui sarebbe nato Gesù non è altro che un richiamo alle antiche religioni pagane mediorientali (a Creta, ad esempio, le grotte erano venerate come divinità) e a quella grecoromana (anche Zeus è nato in una grotta), i Magi sono la rappresentazione delle popolazioni del mondo (il persiano che regala a Gesù l’oro, l’arabo che porta l’incenso, l’etiope la mirra) e altri elementi rappresentano i vizi e le virtù della religione cristiana (ad esempio, Maria veste di azzurro perché l’azzurro ricorda il regno dei cieli).

Il presepe l’abbiamo inventato noi italiani. Può sembrare un po’ egocentrico, detto così, ma sostanzialmente è vero: il primo presepe risale al 1223 quando San Francesco di Assisi realizzò per la prima volta una rappresentazione (vivente) della Natività.
Il primo presepe non vivente fu realizzato da Arnolfo di Cambio nel 1290 e nel Quattrocento costruire presepi divenne praticamente un’arte in cui si cimentarono anche artisti importanti (fra cui anche Botticelli).
A livello popolare la tradizione si diffuse in tutta l’Italia differenziandosi nelle varie regioni a seconda della cultura del posto (anche se i presepi si diffusero soprattutto nelle case dei nobili e solamente nell’Ottocento entrarono nelle case dei borghesi e del popolino).
Durante il regno borbonico su Napoli il presepe fu introdotto anche in Spagna da cui si diffuse in tutta Europa, prendendo le caratteristiche delle culture locali.

Questo è il presepe che abbiamo fatto stamattina a casa, io e mia sorella. Non è uscito molto bene perché l’abbiamo improvvisato ed è stata la prima volta che l’abbiamo fatto completamente da sole (infatti si vede che la carta per fare la capanna è piegata male) per non parlare del fatto che abbiamo travato un sacco di pastorelli rotti e quindi è un po’ vuoto.


E questo è un video del presepe vivente dell’anno scorso che hanno fatto su al paesello. Ogni anno i vari paeselli organizzano il presepe vivente ed è proprio una gran bella cosa: addobbano tutto il paese e si crea proprio una bell’atmosfera.
E poi è un’ottima occasione per mangiare un po’ di piccelatiegli (impasto di pizza con delle spezie dentro fritto con la forma allungata) e cazzabotte (frittelle di cavolfiore) che sono tanto buoni e non capisco perché se non si fa Natale non si possono mangiare! Infatti in questi giorni sto scatenando tutta la voglia che mi hanno fatto venire durante l’anno XD.
I piccelatiegli, sembrano quasi quelli che fa mia nonna!

E visto che ogni mondo è paese, auguro anche a voi una buona scorpacciata di dolci e alimenti natalizi oltre che a un buon Natale!
Auguroni!

sabato 15 dicembre 2012


L’usignolo e la rosa
(da Lulù)
Proprio oggi ho finito di (ri)leggere Il Principe Felice e altri racconti (questi altri racconti sarebbero: L’usignolo e la rosa, Il Gigante egoista, Il vero amico, L’illustre Razzo –quello che mi è piaciuto meno-, Il giovine re e L’Astrofanciullo) e l’ho chiuso con un sospiro di gioia e nostalgia.
Nostalgia perché questo è stato praticamente il secondo libro serio della mia vita (il primo, e intendo in senso assoluto, è stato Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare) e l’ho letto a qualcosa tipo otto anni.
Me ne ero quasi dimenticata. Cioè, no, non l’avevo dimenticato, ma l’avevo un po’ perso di vista. Me ne sono accorta quando ho detto “A me Wilde non sta molto simpatico, d’altra parte però ho letto solo il Ritratto di Dorian Gray…” e allora una campanella nella mia testa ha dato l’allarme: no, non ho letto solo il Ritratto di Dorian Gray.  Quindi ho deciso di recuperarlo e l’ho fatto immediatamente.
Gioia perché è stato davvero un piacere ripercorrere queste storie più o meno note “sentendole” però con un gusto diverso.
E ora giro e rigiro il libro fra le mani, senza decidermi a metterlo via e questa cosa non mi è più capitata dopo aver letto il Piccolo Principe: allora l’ho semplicemente riletto tutto ogni giorno per circa due settimane di seguito, finché non mi sono scocciata. Visto che però ora non sono più una bambina di dieci anni con il tempo di fare certe cose e l’incoscienza di usarlo così (il tempo è denaro) vorrei evitare di essere costretta a rileggere queste fiabe per quattordici giorni di fila XD.
Quindi ho deciso di scrivere del racconto che mi è piaciuto di più (la cosa curiosa è che da piccola il mio preferito era L’Astrofanciullo): L’usignolo e la rosa, appunto.

La storia inizia con un usignolo un po’ impiccione che ascolta i lamenti d’amore di un giovane studente seduto all’ombra della quercia su cui l’usignolo ha fatto il nido.
Ecco qual è la pena del giovane studente:
“Domani sera il principe dà un ballo” mormorava il giovane studente “e ci andrà anche la donna che amo. Se le porto una rosa rossa, la terrò tra le mie braccia, ed ella reclinerà il capo sulla mia spalla, e la sua mano sarà stretta con la mia. Ma nel mio giardino non v’è alcuna rosa rossa, e così me ne starò solo ed ella mi trascurerà. Non si darà di me alcun pensiero, e il mio cuore si spezzerà.”
Io mi chiederei che razza di sentimento è, un amore che dipende da una rosa. Per me non è amore, ma io sono una cinica e acida ragazzina di quattordici anni.
L’usignolo invece è un uccello romantico, che ha passato le notti d’estate a cantare del vero amore vissuto da appassionati amanti, e si intenerisce per la situazione del giovane studente perché “Ecco veramente un vero amante (…) Ciò che io canto, egli lo soffre: quel che è gioia per me, è per lui dolore. Davvero, l’Amore è una cosa meravigliosa. È più preziosa degli smeraldi, più raro delle pure opali. Perle e melagrane non lo posson comprare, né lo si trova sulla piazza del mercato. Non c’è mercante che lo possa acquistare, né lo si può pesare sulla bilancia con cui si pesa l’oro.”
Quindi l’usignolo decide di aiutare lo studente e vola alla ricerca di una rosa rossa: prima va da un rosaio, che però ha solo rose bianche, poi va da un altro, che ha solo rose gialle, infine trova un rosaio dalle rose rosse che però non può avere fiori perché l’inverno l’ha reso sterile.
C’è un modo per creare comunque una rosa rossa, ma è tanto terribile che il rosaio non vuole rivelarlo; l’usignolo però è così determinato che riesce a convincere il riluttante rosaio a rivelargli il modo per ottenere la rosa e salvare la felicità dello studente:
“Se vuoi una rosa rossa” disse il rosaio “devi crearla con il tuo canto al chiarore lunare e tingerla con il sangue del tuo cuore. Devi cantare per me, premendo il petto contro una spina. Tutta la notte devi cantare per me, e la spina deve trafiggerti il cuore, e il tuo vivo sangue fluire dentro le mie vene e diventar mio.”
Il prezzo per una rosa rossa è la vita.
L’usignolo però non si tira indietro, è convinto che l’amore sia più importante di tutto ed è pronto a sacrificarsi. Tornando alla quercia per attendere la notte e trovando il giovane studente ancora lì sotto, l’usignolo gli dice di rallegrarsi perché “Avrai la rosa rossa. Io te la creerò con il mio canto al chiarore lunare e la tingerò con il sangue del mio cuore. L’unico compenso che ti chiedo, è che tu sia un vero amante, perché l’amore è più saggio della più saggia filosofia, più forte del più forte potere. Di color fiamma sono le sue ali e di color di fiamma è il suo corpo. Ha le labbra dolci come il miele e il suo alito è come incenso.”
Il giovane ascolta il canto dell’usignolo, ma non capisce ciò che gli dice perché comprendeva soltanto le cose che sono scritte nei libri e questo è il primo indizio dell’inquietante, inevitabile finale.
Un giovane che comprende solo i libri (per di più solamente libri di filosofia) non può essere un vero amante perché l’amore è qualcosa che si vive, non qualcosa che si impara mandando a memoria teorie e formule.
Di notte l’usignolo va dal rosaio e inizia a cantare con una spina nel petto finché questa gli trafigge il cuore, colorando la rosa di rosso e uccidendolo.
La mattina il giovane studente trova la rosa rossa (perché il rosaio si trovava giusto giusto sotto la sua finestra) e tutto contento la coglie per portarla alla sua amata.
Però la reazione della ragazza non è quella sperata:
“Temo che non si accordi con il mio abito” rispose “E d’altronde il nipote del Ciambellano mi ha mandato dei veri gioielli, e tutti sanno che i gioielli costano più dei fiori.”Davvero, mia cara? Sei proprio sicura che una collana di diamanti costi di più di una rosa creata dal canto dell’usignolo al chiar di luna e colorata dal sangue del suo cuore? Ti stai accontentando di alcuni pezzetti di vetro rinunciando ad un vero gioiello creato dal massimo sacrificio concepibile per una mente mortale.
Stai rinunciando a qualcosa di importante, che ti porteresti sempre dietro, per dei preziosi che tanto, quando morrai, lascerai a casa a prender polvere.
Lo studente reagisce con una certa stizza, ed ecco la fine che fa la rosa:
e gettò la rosa in istrada, dov’essa andò a cadere in un rigagnolo e la ruota di un carretto ci passò su.
Quindi non solo il sacrificio dell’usignolo è stato completamente vano, ma viene anche disprezzato, finendo indegnamente nel fango come una cosa povera, rotta ed inutile. Senza valore.
Le ultime battute della ragazza e dello studente chiudono il racconto bollando per sempre gli esponenti del genere umano come degli idioti irrecuperabili:
“E io vi dico che siete molto grossolano. In fin dei conti, chi siete? Un semplice studente. Già, non credo che abbiate mai avuto fibbie d’argento sulle scarpe, come il nipote del Ciambellano.”
“Che stupidaggine, l’amore! Serve meno della logica, perché non dimostra niente, dice sempre cose che non accadono mai, e ti fa credere cose che non sono vere. Decisamente, è una faccenda per niente pratica; e siccome di questi tempi esser pratici è tutto, tornerò a dedicarmi alla filosofia e studierò metafisica.”
Ecco come due ragazzi ci mostrano quanto sia meschina, grossolana (è proprio il caso di dirlo) e superficiale la società.
In questa fiaba l’eroe è l’usignolo che, nel suo essere animale e quindi non essendo corrotto dal sistema del vivere civile umano, porta avanti dei valori che sono veri, sono sentimenti che migliorano la vita e che hanno un senso. E ha anche il coraggio di seguire fino in fondo il suo credo, arrivando anche alle estreme conseguenze.
Poi ci sono questi due tizi che non voglio meglio identificare che invece vivono di capricci (la ragazza che vuole la rosa, il ragazzo che si dichiara innamorato tanto per gioco –perché è chiaro che il suo non è un sentimento autentico-, la ragazza che si fa conquistare dai gioielli, il ragazzo che studia non per un valore umano dello studio ma per averne un tornaconto) e che alla fine risultano più inconsistenti dell’aria e sono loro, quelli che perdono.
D’accordo, l’usignolo è morto e loro sono vivi.
L’usignolo però è morto rimanendo fedele a sé stesso, in qualche modo contento, e soprattutto ha compiuto un gesto che ha lasciato un segno (sia anche sprofondato nel fango e gettato con noncuranza nel dimenticatoio) mentre invece il ragazzo e la ragazza non hanno concluso niente e non concluderanno niente se continuano a pensare in questo modo così vano e artificioso.
Povero usignolo. Si è sacrificato per due screanzati di quella risma.

Consiglio per gli acquisti: se volete aiutare qualcuno a conquistare una donzella con un mazzo di rose rosse, dategli il numero di un fioraio.
Meno poetico, ma vi conviene.


mercoledì 12 dicembre 2012
La favola di Eros e Psiche
L'autore è Apuleio nato in una famiglia benestante studiò a Cartagine e ad Atene. Nel 155 sposò una donna vedova più anziana di lui, fu anche accusato di averla sedotta con la magia.
La sua opera più importante è L'asino d'oro da cui è tratto il racconto.
Parliamone.
C'erano un re e una regina che avevano tre figlie bellissime ma la più bella delle tre era Psiche che era addirittura paragonata a Venere.
La gente le portava doni e offerte come se fosse una dea e l'altare di Venere fu completamente dimenticato.
Allora la dea cominciò ad essere gelosa e chiamò suo figlio Eros e gli disse che Psiche dovrà sposarsi con l'uomo più vile che esista.
Però Psiche non era felice perché essendo troppo bella nessuno osava sposarla, allora il padre chiese al dio Apollo un marito per sua figlia. Il dio gli rispose che sarebbe dovuta andare sulla montagna a sposarsi e sarebbe stato un matrimonio di lutto.
Lei molto triste andò e dopo poco il vento di Zefiro l'alzò da terra e l'accompagnò alla reggia che sarebbe stata la sua casa.
Lì conobbe le sue ancelle che però erano invisibili.Lui veniva solamente di notte e le disse di non guardarlo mai.Lei fece così, ma una notte gli chiese se potevano venirla a trovare le sorelle, lui non voleva ma alla fine cedette.
Il giorno dopo vennero le sorelle e lei tutta contenta le mostrò la casa e parlò di lui, loro erano molto gelose della sorella e spinte dall'invidia la convinsero a guardarlo di notte mentre dormiva.
Così fece.Mentre lui dormiva, Psiche accese una candela e lo guardò in viso era bellissimo, troppo bello per essere umano.Però un rivolo di cera gli cadde sul viso e lui si svegliò.Rimane sola ed è disperata allora si vendica delle sorelle dopo di che si rivolge a Venere che le dà tre prove da superare,l'ultima è quella di andare da Parsefone la dea degli inferi e chiedergli un briciolo della sua bellezza e dirle che la mandava lei e di non guardare mai nella scatola che le donava.Soltanto che Psiche era troppo curiosa e guardò, allora cadde in un sonno molto profondo da cui la sveglia Eros.
Allora anche Venere ammette che i due si amano e Psiche diventa una dea e lei e Eros possono finalmente stare insieme per sempre.



sabato 8 dicembre 2012


Cenerentola
 (da Lulù)

Cenerentola è una delle fiabe più conosciute; chi, fra di voi, non ha mai sentito parlare della famosissima scarpetta di cristallo? Non me lo dite, che tanto non ci credo.
Cenerentola è una fiaba molto antica, probabilmente originaria della Cina (in Cina i piedi piccoli sono il simbolo della bellezza femminile e infatti, fino a poco tempo fa, le bambine cinesi erano solite portare scarpe piccole e legare i piedi in alcune bende per far sì che non crescessero), conosciuta in Europa soprattutto grazie alla versione del francese Perrault, da cui derivano quasi tutti i film e le versioni che conosciamo.  
La storia è questa: una bellissima e buona fanciulla resta orfana di madre e il padre, per assicurarle una famiglia completa, sposa una donna che ha già due figlie (nella versione Disney, Genoveffa e Anastasia).
A un certo punto muore anche il padre e la matrigna tratta Cenerentola molto crudelmente, relegandola al ruolo di serva (da qui il nome Cenerentola perché la ragazza, svolgendo i lavori domestici come pulire il caminetto, era sporca di cenere). Un giorno si viene a sapere che a corte ci sarà un gran ballo e che durante questo ballo il principe sceglierà la sua sposa: ovviamente tutto il reame è in gran fermento.
Anche la matrigna di Cenerentola ha grande premura di farci andare le figlie, sperando che il principe scelga una delle due, ma non pensa assolutamente a Cenerentola che, poverina, resta a casa a mescolare le lacrime alla cenere.
Quando la matrigna è andata via al ballo con le sue figlie compare davanti a Cenerentola la Fata Madrina che le regala un superbo abito e trasforma una zucca in una carrozza per permetterle di andare al ballo, a patto però di essere di ritorno a casa per mezzanotte in punto, quando l’incantesimo si spezzerà.
Cenerentola quindi va al ballo e fa un figurone, attirando l’attenzione del principe.
A mezzanotte però è costretta ad andar via e nella fuga (perché il principe vorrebbe trattenerla) perde la sua scarpina di cristallo.

Soffermiamoci un attimo su questa scarpina, perché è molto interessante il pasticcio linguistico che hanno fatto i francesi sul materiale di cui dovrebbe essere.
Lasciando da parte la fiaba dei fratelli Grimm, in cui la scarpetta è addirittura d’oro, nelle varie versioni francesi si parla ora di “pantoufles en verre” (di vetro), ora di “pantoufles en vair” (di pelliccia di vaio, animale simile all’ermellino).
 Verre e vair infatti in francese si pronunciano allo stesso modo.
Prendendo in considerazione la verosimiglianza della storia questa scarpetta dovrebbe essere di vaio (le scarpette di vetro non esistono e in ogni caso non si adatterebbero alla forma di un piede diverso da quello per cui sono state create –come succede nella fiaba- perché il vetro è un materiale rigido), io però sono figlia della Disney e quindi la considererò sempre e comunque una scarpetta di vetro.

Il principe decide di trovare il suo amore perduto attraverso la scarpetta perduta (perdonatemi la ripetizione, ma ci voleva proprio XD) e decide di far provare la scarpina a tutte le ragazze in età da marito del paese.
Durante la sua ricerca capita in casa di Cenerentola e le sorellastre di questa fanno di tutto per farsi entrare la scarpetta, arrivando addirittura a tagliarsi le dita dei piedi e il tallone.
Il principe però scopre l’inganno (in alcune versioni perché glielo rivela un corvo che sarebbe l’incarnazione della defunta madre di Cenerentola), misura la scarpetta a Cenerentola e la sposa.
E vissero tutti per sempre felici e contenti.

Cenerentola è sempre stato un personaggio che mi è risultato antipatico, per il semplicissimo fatto che è una rammollita. Mai una volta che rispondesse per le rime alla matrigna o alle sorellastre, sopporta tutto con la docilità di un cane e non è lei che cambia il proprio destino: l’unica cosa che fa è aspettare passivamente che qualcuno venga a salvarla, poco importa se questo qualcuno è la Fata Madrina che la fa andare al ballo, la mamma che rivela l’inganno al principe o il principe stesso che la sposa. Lei non fa niente. Aspetta.
E il fatto che venga presa a modello per le novelle spose (quante volte viene nominata nelle pubblicità di abiti matrimoniali!) mi fa vomitare.
Allora perché dedicarle una parte del mio tempo?
Perché Cenerentola, pur nel suo rammollimento, può darci una lezione.
Ma non una Cenerentola qualsiasi, bensì la Cenerentola della Disney.



Lasciando perdere la sua voce, che mi ha sempre fatto schifo, concentriamoci su quel che dice: non bisogna mai smettere di avere dei sogni, di credere in essi e di sperare che si avverino (certo, se magari, al contrario della signorina, facciamo qualcosa per tentare di realizzarli non è proprio una cosa malvagia).
In questo difficile momento di regressione e crisi (economica, civile, morale, sociale, culturale e tutto quello che volete) non bisogna mai scoraggiarsi e dimenticare che siamo esseri umani e che, come dice qualcuno ben più autorevole di me e di Cenerentola, “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” (Shakespeare, “La tempesta”).
Vedete Cenerentola, per esempio: nonostante tutto è contenta perché mitigandola con la fantasia rende la realtà che la circonda più dolce.
Inoltre l’avere dei sogni implica il cercare di realizzarli e quindi un’idea di attività, di vita: se vengono a mancare loro, i sogni, ci ritroviamo imprigionati nella nostra grigia realtà quotidiana, con tutte le cose che ci danno fastidio, senza una via di scampo e di miglioramento, perché distruggendo i nostri sogni abbiamo distrutto la nostra speranza di migliorare, la nostra voglia di migliorare.
Per questo vi dico, gente, di mettere nel cassetto tutte le cose brutte che vi capitano, tutti i problemi, tutto ciò che può deprimervi, e di cacciarne invece fuori i sogni (quelli famosi, che avete chiusi a chiave nel cassetto più piccolo e più intimo che avete) e di affrontare di petto la vita, con il sorriso e con voglia di fare e con la capacità di rialzarvi ogni volta che cadete perché siete fiduciosi nella vostra capacità e forza di realizzate ciò che volete, supportati e aiutati dalla vostra speranza e dai vostri sogni, perché essi sono l’unica cosa che possono tenervi a galla, aiutarvi e mantenere integri il vostro entusiasmo e la vostra voglia di vivere.

Ovviamente parlo in generale e ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale ;).  

martedì 27 novembre 2012


Peter Pan nell’Isola che non c’è
(da Lulù)
Autore: James Matthew Barrie
Titolo: Peter Pan nell’Isola che non c’è
Casa editrice: Giunti
Pagine: 220
Prezzo: €16,50
Quarta di copertina:
“Tutti i bambini crescono, tutti meno uno. Tutti i bambini sanno molto presto che cresceranno; Wendy lo seppe in questo modo. Un giorno (aveva due anni) stava giocando in un giardino, colse un fiore e trotterellò con quello dalla mamma. Immagino che avesse un’aria molto carina perché la signora Darling si mise una mano sul cuore ed esclamò: -Oh, perché non puoi restare così per sempre! Fu tutto quello che si dissero sull’argomento; ma da allora Wendy seppe che doveva crescere; tutti lo sanno, a due anni.
Due è il principio della fine.”

La storia di Peter Pan, bene o male, la conosciamo tutti, grazie ai vari film (il mio preferito è quello del 2003, anche se snatura molto il romanzo, come del resto fanno tutti i film) e al cartone della Disney (hanno prodotto perfino un anime su Peter Pan).
Grosso modo questa è la storia: Peter Pan passa molto tempo ad ascoltare la signora Darling che racconta fiabe della buona notte ai suoi bambini e una notte, intrufolandosi nella camera di Wendy, perde la sua ombra. Piangendo sveglia Wendy che gli ricuce addosso l’ombra e Peter Pan allora insegna a volare a lei e ai suoi due fratellini per portarla con sé, in modo che sia la mamma dei bambini smarriti e racconti loro le fiabe della buonanotte. Dopo varie avventure (fra cui la sconfitta del temibile Capitano Uncino) Wendy torna a casa con i bambini smarriti e cresce.
Quel che quasi nessuno sa, è che la storia originale non è così idilliaca.
Nella fantastica avventura sull’Isola che non c’è ci sono molte zone d’ombra.
Già la natura dell’Isola che non c’è è ambigua. Da una parte infatti si presenta come un locus amoenus che i bambini sognano di notte, dove possono giocare felici e vivere tante avventure; dall’altra però si presenta come un luogo crudele, dove ci sono guerre, si ammazza e si muore.
Volendo proprio esagerare si può anche pensare che l’Isola che non c’è sia l’Inferno, o comunque un aldilà.
Non è questo che vi viene in mente, leggendo questo pezzo?
In principio la signora Darling non capì, ma poi ripensando a quando era bambina lei, le venne in mente un certo Peter Pan che si diceva vivesse con le fate. Si raccontavano di lui strane storie, come, per esempio, che quando i bambini morivano, lui faceva un po’ di strada con loro perché non avessero paura.
E l’incontro tra Peter e Wendy si potrebbe anche colorare di risvolti sessuali al limite dello stupro.
Parlando con la mamma Wendy spiegò che Peter, a quanto credeva, veniva qualche volta nella sua camera, sedeva ai piedi del letto e suonava lo zufolo per lei. Disgraziatamente non le riusciva mai di svegliarsi, così non sapeva perché lo sapesse ma lo sapeva.Non vi viene in mente la storia della pastorella che viene stuprata per le montagne al suono dei flauti di canne? Vedendola in questo modo Wendy che sull’Isola che non c’è fa da mamma ai bambini smarriti prende tutta un’altra veste.
La donna, sedotta dall’uomo, che abbandona la casa dei genitori per creare un’altra famiglia con colui che l’ha conquistata. Nel caso specifico si potrebbe dire che Peter Pan quasi rapisce Wendy, anche se sarebbe ingiusto nei confronti di Peter: Wendy decide da sola di imparare a volare.
Nella parte centrale gli elementi inquietanti prendono una natura meno minacciosa, ma non mancano di certo.
Vi ricordate Trilli, la deliziosa fatina che vola dappertutto con un suono di campanellini? Innamorata di Peter (incredibile come tutti i personaggi femminili, perfino la signora Darling, diano segni di amore per Peter Pan, il che rappresenta un rafforzamento dell’idea di Peter come seduttore), gelosissima di Wendy, quasi la fa uccidere. Wendy si salva solamente perché la freccia che Zufolo, pensando di obbedire agli ordini di Peter, le tira su istigazione di Trilli colpisce il bottone che Peter le ha regalato (il “bacio”) e che lei aveva appeso alla catenella.
E che dire di Peter che si vanta fino all’inverosimile manipolando gli eventi in una maniera incredibile? Cosa dire di questo personaggio che quando sta per morire affogato urla “Morire! Sarebbe una grande, una straordinaria avventura!”?
Poi ci sono i fratelli Darling, Wendy Gianni e Michele che hanno dimenticato quasi completamente la propria casa e che hanno lasciato la famiglia senza preoccuparsi minimamente del dolore che hanno dato ai loro cari.
Il tema dell’amnesia è una cosa che si sviluppa piano piano in questo libro: nasce nel quarto capitolo, durante il volo verso l’Isola che non c’è, quando Peter, allontanandosi varie volte dal gruppo, si dimentica completamente di Wendy e dei suoi fratelli; si sviluppa nella parte centrale quando Wendy, Gianni e Michele dimenticano la loro casa; si completa nel finale quando Peter dimentica Wendy, la sua mamma e mogliettina.
Quando Wendy e gli altri decidono di tornare a casa vengono rapiti da Uncino che si rivela una figura molto ma molto interessante, lontanissima dal banale cattivo che ci hanno presentato. Ossessionato dal desiderio di essere distinto e dal terrore della morte (incarnata nel coccodrillo che fa tic tac avendo ingoiato un orologio) è una figura molto infelice, quasi patetica.
È dopo aver salvato Wendy da Uncino che si rivela la complessità della figura di Peter Pan. Wendy infatti si aspettava di trovare sempre la finestra aperta per lei e la mamma davvero lascia sempre la finestra aperta. Peter però vola a casa di Wendy e chiude la finestra, così che Wendy, pensando che la mamma l’abbia dimenticata, ritorni sull’Isola che non c’è con lui. Questo atto dimostra che Peter vuole bene a Wendy, ma ti chiedi fino a che punto sia affetto e quanto invece sia capriccio. Non possiamo però accusare Peter di essere egoista perché subito dopo, sentendo la signora Darling piangere, riapre la finestra.
Peter Pan è un personaggio molto strano. Tutta questa roba viene infatti vanificata alla fine, quando Peter dimentica tutto (parlando con Wendy non ricorda chi sia Trilli o Capitano Uncino), rapendo la figlia e poi la nipote di Wendy come, a suo tempo, aveva fatto con Wendy stessa (quindi Wendy non era affatto speciale per lui!).
Il libro si chiude così “Quando Margaret (la nipote di Wendy) sarà grande avrà una bimba, che sarà a sua volta la mamma di Peter; e così di seguito, finché i bambini saranno gai, innocenti e senza cuore”  lasciando un retrogusto amaro molto forte.
 Peter Pan nell’Isola che non c’è, secondo me, più che un romanzo di avventure incentrato su Peter è un romanzo di formazione incentrato su Wendy, che dopo la visita sull’Isola che non c’è (rito di iniziazione alla vita adulta?) cresce e diventa un’adulta come tutte le altre.

Peter Pan nell’Isola che non c’è è un libro bellissimo. Non c’è un singolo momento di noia, è un continuo di avventure e di risate. Mi sarebbe piaciuto averlo letto da piccola, così che l’avrei amato alla follia e l’avrei imparato a memoria, per poi rileggerlo per l’ennesima volta e scoprirlo completamente diverso da quel che ricordavo. Perché Peter Pan è un libro adatto davvero a tutti e degno di essere letto.
La leggerezza della storia viene sfumata da tanti piccoli elementi e così vi ritrovate fra le mani un romanzo ricco di chiaroscuri. Davvero molto, molto bello.

Un appunto sull'edizione Giunti e sulla collana Gemini. Riporto un pezzettino della copertina:
Abbiamo pensato, perciò, di affidare la traduzione di ogni libro a uno scrittore contemporaneo di grande fama ed esperienza, in modo da potere offrire una collana di libri fedelissimi ai testi originali ma scritti in un italiano sciolto, vivo e moderno, adatto a seguire i moti più espressivi della narrazione, che, a volte, ha suggerito tagli sapienti per una maggiore funzionalità del testo.Sì avete fatto benissimo, l'idea è buona. I traduttori giocano un ruolo molto importante nella qualità di un libro (quanti capolavori in lingua originale rovinati da una scadente traduzione!), ma cosa diavolo significa TAGLI SAPIENTI?
Potete aver soppresso un rigo, una pagina, un capitolo o mezzo libro. Chi ve la dà tutta questa libertà? Almeno segnalate cosa avete tagliato, così che io possa avere un minimo di consapevolezza. Per quel che ne so, potete avermi dato anche un libro censurato a furia di tagli.
Il prezzo del libro è un po’ altino (io sinceramente pensavo di pagare al massimo una decina d’euro per un libro di 200 pagine scritto da uno morto e sepolto da tempo) però l’edizione è proprio carina: la sovraccoperta è bellissima (quanto mi è piaciuta la differenza fra il corpo di Peter –che guarda Wendy- e della sua ombra –che quasi tocca il mento di Wendy con la mano-) e anche la copertina è bella: sembra fatta quasi di tessuto blu con il titolo al centro in argento. Mi piace un sacco passarci sopra la mano per sentirne la trama. Anche i disegni sono carini e ci son alcune pagine a colori belline (che però potevano essere più frequenti).
  
 
venerdì 23 novembre 2012

Il sistema onomastico romano e le donne “senza nome”
(da Lulù)

Un romano aveva in genere tre nomi, cui poteva aggiungersene un quarto.
Il praenomen era il nome in prima posizione che veniva dato al bambino alla nascita e veniva poi confermato quando questi prendeva la toga virile (intorno ai 15 anni) ed è l’equivalente del nostro nome di battesimo; il nomen era il nome in seconda posizione che indicava la gens di appartenenza (la gens era un gruppo famigliare gentilizio formata da varie familiae); il cognomen in terza posizione indicava la familia di appartenenza. Spesso si aggiungeva un secondo cognomen che era essenzialmente un soprannome che richiamava qualità specifiche di un individuo e proprio da questo cognomen derivano i nostri vari cognomi.
Quindi riassumiamo tutta questa roba in un esempio:
Publio (praenomen) Cornelio (nomen) Scipione (cognomen indicante la familia) Africano (cognomen che fa riferimento a una caratteristica della persona, in questo caso al luogo delle sue imprese belliche).

Le donne non avevano tre o addirittura quattro nomi, ma ne avevano solamente due. Venivano indicate con il nomen e il primo cognomen, insomma non avevano un vero e proprio nome personale. I nomi delle donne erano nomi gentilizi al femminile (ad esempio la figlia di Marco Tullio Cicerone si chiamava Tullia) e per distinguere le varie donne appartenenti allo stesso gruppo famigliare si usava aggiungere al nome Prima, Seconda, Terza e così via o, se le donne in questione erano due, Maior e Minor (maggiore e minore).
Ma perché i romani erano così riluttanti a dare un nome proprio alle donne? Nell’antichità classica si riteneva che delle donne perbene si dovesse parlare poco (“Grande è la gloria della donna della cui virtù si parla pochissimo, per lodarla o biasimarla tra i maschi” aveva detto Pericle): i romani portarono questa idea fino alle massime conseguenze richiedendo addirittura che il nome delle loro donne non venisse mai pronunciato.
Le donne che venivano chiamate con un soprannome erano prostitute (Rutilia “rossa di capelli”, Burrula “burrosa”, Murrula “che profuma di mirra”).
Non avendo un proprio nome inoltre le donne perdevano ogni parvenza di personalità: per i romani la donna non doveva essere una persona, ma una parte passiva e anonima di un gruppo famigliare. E quale modo migliore di far capire questa cosa che chiamando le donne solamente con il nome della famiglia?

Bona Dea, divinità venerata dalle matrone, di cui si diceva che solamente il marito seppe il nome prima della sua morte.

giovedì 22 novembre 2012
Il giardino degli incontri segreti
(da Rory)

Titolo:Il giardino degli incontri segreti
Autrice:Lucinda Riley
Prezzo:9,90 euro
Pagine:624

Trama:

Da bambina Julia Forrester ha trascorso molte ore felici nell'incantevole tenuta di Wharton Park, dove suo nonno coltivava con passione le specie più rare ed esotiche di fiori. Quando un terribile incidente sconvolge la sua vita, Julia, ormai bella e affermata pianista, torna istintivamente nei luoghi della sua infanzia, nella speranza che la aiutino a capire che direzione prendere, come è avvenuto in passato. Da poco, la tenuta di Wharton Park è stata rilevata dall'affascinante e ribelle Kit Crawford, che durante i lavori di ristrutturazione ha trovato un diario datato 1940, forse appartenuto al nonno di Julia. E mentre con l'avanzare dell'inverno la tensione tra Julia e Kit cresce di ora in ora, Julia si rivolge alla nonna Elsie per scoprire quale verità si nasconda dietro quelle pagine annotate. Ed è così che un terribile segreto sepolto per anni viene alla luce, un segreto potente, che ha quasi distrutto Wharton Park e che è destinato a cambiare per sempre anche la vita di Julia.

Recensione:

Libro bello e interessante.Ti incuriosisce,la trama è molto bella e sviluppata bene anche se devo ammettere che non avevo capito (almeno all'inizio) cos'era successo.
Inizia parlando della vita di Julia e poi fa un collegamento al passato con il racconto di nonna Elsie. Una cosa veramente bella che sviluppa in modo meraviglioso la storia,facendo collegamenti e creando colpi di scena.Parlando onestamente ero più curiosa della storia che raccontava la nonna su Harry Crawford che della storia al presente.
Non è stato banale come molti libri che ci sono ora in commercio, non mette noia e non è scontato.
Una delle caratteristiche di questo libro è la descrizione degli ambienti in modo favoloso, sembra di essere lì in quel momento.
Insomma nelle sue 624 pagine non mette mai noia, ma del libro ho apprezzato molto di più la prima parte che il finale.
Beli libro che consiglio a tutti! 
domenica 18 novembre 2012


Il Principino Tricorno
(da Lulù)

C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, un Principino Tricorno che era sempre tanto triste. La sua mamma, la gran regina delle Indie Nebbiose, era morta di parto, infilzata dal corno del bambino.
Il gran re delle Indie Nebbiose allora non volle più vedere il proprio figliolo e ordinò di chiuderlo nella torre più alta del castello. Il Principino Tricorno non conosceva nessuno, tranne la cameriera che gli portava da mangiare una volta al giorno, e sapeva quindi appena appena parlare. Non ci si può stupire se era tanto triste.
Un giorno il Principino Tricorno contemplava il paesaggio dalla finestra ed esclamò pieno di malinconia: “Bello il fiume, bello il prato, bello il cielo!” e piangeva tristemente.
Calata la sera, tutte le stelle del firmamento si strinsero ad ascoltare i lamenti del Principino Tricorno e soffrivano con lui.
La stella più giovane del cielo decise di scendere a consolare il Principino Tricorno e, assunte le fattezze di una bianca fanciulla dalle guance rosate, si sedette sul davanzale della sua finestra.
“Perché piangi?” gli chiese dolcemente.
“Bello il fiume, bello il prato, bello il cielo!” rispose piangendo il Principino Tricorno.
“Piangi perché non puoi uscire dalla torre e vedere queste cose?”
“Bello il fiume, bello il prato, bello il cielo! Bello il fiume, bello il prato, bello il cielo!”
“Non piangere più allora, da oggi verrò a trovarti per parlarti di queste cose.”
E così fece. Ogni notte scendeva e sedeva a parlare con il Principino Tricorno che così imparò tante cose.
“Ma perché il mio papà non mi vuole bene?” chiese una volta il Principino Tricorno alla stella.
“Perché è tanto triste anche lui.”
“Per colpa mia?”
“No. È triste perché la tua mamma è morta.”
“Per colpa mia?”
“È morta dandoti alla luce, ma non è colpa tua. Tante mamme muoiono partorendo.”
“Forse, se potessi uscire di qui, potrei compiere azioni eroiche. Forse così il mio papà mi vorrà bene.”
“Forse” rispose la stella tristemente perché lei sapeva che era il re a tener prigioniero suo figlio.
“Tu potresti farmi uscire da qui?”
“Io no. Forse Luna può farlo.”
“Come può la luna aiutarmi?”
“Non la luna, ma Luna. Luna è la regina del cielo e ha grandi poteri. È una bambina, eppur governa il cielo da quando è stato creato. Luna è la madre di tutte noi.”
“E secondo te vorrà aiutarmi?”
“Luna è una regina buona e giusta che legge nel cuore di tutte le creature viventi. Se tu hai un cuore puro sicuramente ti aiuterà.”
La stella quella sera lasciò il Principino Tricorno pieno di speranza.
Volò nel cielo notturno, attraversò i veli di polvere di stelle, circondata di luci e odori, avvolta da materie cosmiche e da gas stellari, su su fino al vuoto siderale.
Sospesa nel vuoto, con gli occhi chiusi, c’era la regina Luna.
La stella raccontò la storia del Principino Tricorno con tale veemenza da far sorridere la vecchia bambina.
“Poiché me lo stai chiedendo con tanto ardore, aiuterò il tuo Principino Tricorno. La prossima volta che in cielo splenderà la luna piena il Principino Tricorno fluttuerà fuori dalla sua torre. Ma quando saranno passati tre volte tre mesi dovrà tornare spontaneamente al castello, che abbia raggiunto il suo obbiettivo o no.”
La notte seguente, la stella raccontò al Principino Tricorno cosa la regina aveva deciso. Il Principino Tricorno era tutto emozionato e passò le due settimane che lo separavano dalla prossima luna piena a farsi raccontare dalla stella quante più storie di avventure possibili e a immaginarne altre da sé.

La prima notte di luna piena il Principino Tricorno attendeva con ansia vicino alla finestra, stringendo forte lo zainetto con dentro alcuni indispensabili strumenti per la sopravvivenza che la cameriera gli aveva procurato.
A mezza notte in punto sentì una nube di aria spessa sotto di sé. Abbassò lo sguardo e, oh!, si stava alzando! Con immensa dolcezza la nube lo portò non solo fuori dal castello, ma anche appena fuori dalla città. Lì si fermò.
Il Principino Tricorno sapeva di dover scendere, ma aveva paura. Non sapeva che sensazione si provava camminando su un prato e scese con molte esitazioni e solo quando la nube iniziò a diradarsi spontaneamente.
Il Principino Tricorno si guardò intorno in cerca della sua amica stella, ma non la trovò.
Il Principino Tricorno si sentiva molto smarrito, non sapeva dove andare e cosa fare, e la stella non era con lui.
Dopo un po’ di tempo che stava immobile decise di iniziare a camminare in una direzione qualsiasi sperando di arrivare da qualche parte. Stava camminando da pochi minuti quando sentì degli orribili lamenti provenire dai campi.
Girandosi vide un cinghiale possente e una lince scattante lottare ferocemente nei pressi di un candido animale macchiato di sangue sdraiato nell’erba. Il Principino Tricorno accese una torcia, perché gli animali temono il fuoco, e si portò vicino al candido animale che lanciava alti gridi di dolore al cielo scacciando il cinghiale e la lince con le fiamme.
Quando i due litiganti fuggirono il Principino Tricorno si inginocchiò accanto all’animale, un grande e possente cavallo  dal pelo bianco e cosparso di una strana polvere che si appiccicava alle dita rendendole vagamente luminose. Quando il cavallo scuoteva la lunga criniera la luce della luna illuminava un corno d’avorio vagamente simile a una spirale. L’unicorno sanguinava da una ferita al fianco e da una al collo. La ferita sul collo non era molto grave, ma il fianco dell’animale era scarlatto poiché sanguinava molto.
Il Principino Tricorno non sapeva cosa fare per aiutare il possente animale, pensava che tutto quello che avesse potuto fare sarebbe stato inutile, ma decise di tentare lo stesso. Con il suo mantello tenne premuta la ferita al fianco e diede da bere e da mangiare all’unicorno mentre gli parlava dolcemente per tranquillizzarlo.
Avrebbe voluto vegliarlo per tutta la notte, ma l’unicorno emanava un calore e un odore così buoni e rassicuranti che ben presto si addormentò.
Quando si svegliò era rannicchiato sul fianco dell’unicorno e sentiva il collo dell’animale sulle spalle. Si accorse che l’unicorno era ancora vivo dal suo respiro e si sentì molto contento e soddisfatto. Avvertendo che il Principino Tricorno era ormai sveglio, l’unicorno si alzò e nitrì scuotendo la criniera.
Il Principino Tricorno si accorse che le sue ferite erano guarite durante la notte.
L’unicorno si chinò davanti al Principino Tricorno e gli fece capire che doveva balzare sulla sua groppa.
Il Principino Tricorno montò e si lasciò guidare da lui.

L’unicorno lo portò in una piccola radura nel bosco e si fermò lì. Il Principino Tricorno smontò e andò ad esplorare i dintorni.
Poco lontano dalla radura si ergeva un superbo castello di cristallo dalle guglie dorate. Il Principino Tricorno si avvicinò pieno di timore all’immenso portone e avvicinò la mano per bussare. Non fece in tempo neppure a sfiorare il cristallo che la porta si aprì.
Dentro il palazzo era molto buio, si vedeva solamente una luce in lontananza, in fondo al corridoio. Il Principino Tricorno si diresse verso la luce e sbucò in una stanza immensa dove il cristallo e l’oro creavano un abbagliante gioco di luci.
In fondo alla stanza, circondata da ricchezze di ogni tipo, assisa su un trono riccamente decorato, c’era una superba regina dai lunghi capelli dorati.
Una pelliccia avvolgeva il suo corpo regale e nel suo viso luccicava uno sguardo freddo e tagliente quanto il suo palazzo.
“È permesso? Si può?” chiese il Principino Tricorno.
“Come sei giunto qui?” la voce della regina aveva un suono metallico.
“Mi ci ha portato l’unicorno.”
“Allora puoi entrare”
Il Principino Tricorno si avvicinò alla regina, pieno di timore e incerto sul da farsi.
“Cosa cerchi qui?”
“Voglio compiere delle azioni eroiche così il mio papà sarà contento di me e mi vorrà bene.”
“Oh capisco. E se ti dicessi che posso aiutarti?”
“Ne sarei molto felice, signora.”
“Allora ascoltami bene: a circa tre giorni di viaggio da qui verso Nord c’è il reame di un re vecchio e malato che non riesce più a mantenere l’ordine nei suoi domini. Bande di briganti mettono a soqquadro la zona, ma il problema più grande del re è un drago che si è installato sui monti vicini al regno. Il drago scende dai monti una volta al mese distruggendo tutto ciò che trova sul suo cammino. Il re è disperato. Se tu andassi lì e uccidessi il drago otterresti la fama che cerchi.”
“Ma io non so uccidere draghi, signora.”
“Di questo non devi preoccuparti: ho qui una splendida arma che rende invincibile chi la usa. Combatti con questa e vincerai sicuramente” disse la regina porgendo una robusta lancia al Principino Tricorno.
“Grazie mille, signora. Farò come dici.”
“Di nulla, caro” rispose la regina dolcemente mentre guardava l’ingenuo Principino Tricorno uscire dal suo castello.

Il Principino Tricorno, lancia in mano, tornò alla radura, ma l’unicorno era sparito. Allora decise di camminare nella direzione che la regina gli aveva indicato.
Capì di essere arrivato quando intorno a sé vide i segni della distruzione che il drago compiva: case distrutte e campi bruciati o abbandonati.
Tenendo sempre stretta la lancia si diresse al castello del re dove venne accolto molto bene. Quando disse di voler combattere contro il drago il re fu molto contento.
“Sono vecchio e senza figli” disse al Principino Tricorno “se riuscirai nell’impresa ti nominerò mio erede.”
Il drago sarebbe sceso dalle montagne solamente dopo tre settimane e il Principe Tricorno utilizzò questo tempo per conquistarsi le simpatie del re e crearsi una solida posizione a corte.
Si rivelò talmente esperto che quando venne il momento di affrontare il drago il vecchio re piangeva come se contro quel mostro stesse andando a combattere il sangue del suo sangue, la carne della sua carne, le ossa delle sue ossa.
Il Principe Tricorno cavalcò impavido contro il drago e lo uccise con la lancia magica.
Il re piangeva di consolazione, ora.
Organizzò un grande banchetto per celebrare la scomparsa dell’abominevole mostro e nominò il Principe Tricorno suo erede e successore al trono.
Il Principe Tricorno era molto impegnato con gli affari di stato: doveva ricevere un’istruzione e addestrarsi nell’uso delle armi, doveva domare i briganti e rilanciare l’economia del regno. In questo modo passarono molto velocemente sette dei nove mesi concessi al Principe Tricorno.

Un giorno il Principe Tricorno si stava riposando dalla caccia seduto su un prato vicino a un lago quando nell’acqua apparve l’immagine della superba regina del palazzo di cristallo.
“Principe Tricorno, ti rammenti di me?” disse l’apparizione con la stessa voce metallica della regina.
“Certamente, signora” rispose il Principe Tricorno.
“So che tu entro il prossimo mese devi recarti alla corte di tuo padre.”
“È così, infatti.”
“Ho bisogno che tu mi faccia un favore. A corte c’è una fanciulla, una stella, di cui mi serve il cuore per certi miei incantesimi. Devi portarmi il suo cuore.”
“Sarà fatto, signora. Chi è questa fanciulla?”
“Eccola”. L’immagine della regina tremolò sullo specchio d’acqua, soppiantata da quella di una bianca fanciulla dalle guance rosate.
“Che!” urlò il Principe Tricorno “È lei la fanciulla cui devo strappare il cuore? La stella amica della mia infanzia? No, no, mi rifiuto! A tutte potrei strappare il cuore, ma non a lei.”
“E invece lo farai” disse fredda la regina “Lo farai per il tuo trono. Sei salito lassù con la mia lancia: io e solamente io ti ho dato il trono e io posso togliertelo. Lo farai. Mi porterai il cuore della stella.” Detto questo sparì, lasciando il Principe Tricorno pieno di tristezza.
Non vedeva la sua amica stella dalla notte precedente alla sua fuga dal castello, erano ormai passati otto lunghi mesi e lui era cambiato completamente.
Per un momento si sentì tanto simile al Principino Tricorno che la stella aveva aiutato. Ma fu solo un momento, poi tornò ad essere il Principe Tricorno.

Il mese seguente il Principe Tricorno andò alla corte del padre dove venne ricevuto con tutti gli onori confacenti al suo rango. Durante il giro del castello intravide la sua amica stella e la salutò. Lei si rivelò molto contenta perché era stata riconosciuta e arrossì di piacere rispondendo al saluto.
Il Principe Tricorno avrebbe voluto fermarsi a parlarle, ma decise che la presenza del re avrebbe limitato il suo campo d’azione e proseguì.
Di pomeriggio andò a cercarla e la trovò alle porte del gineceo con un mazzo di fiori in mano.
“Posso chiedervi di accompagnarmi a fare una passeggiata per questi giardini?” chiese con un sorriso indicando il prato fuori dalla finestra.
“Il re non vi ha accompagnato?” rispose la stella.
“Sì, mi ha accompagnato, ma vorrei una compagnia più gradevole.”
“Aspettate un attimo, porto questi fiori alla regina e torno.”
La stella entrò nel gineceo e ricomparve dopo qualche minuto. “Vogliamo andare? Dovete raccontarmi tutto quel che è successo da quando vi ho lasciato come un bimbetto malinconico cui davo del tu.”
“Con piacere” rispose il Principe Tricorno offrendole il braccio.

Era passato un mese e il Principe Tricorno poteva ora ritornare nel suo futuro reame. Aveva però ancora una cosa da fare alla corte di suo padre.
Durante il banchetto di addio trovò il modo di far arrivare alla stella questo messaggio:
Mia cara,
avrei bisogno di parlarti con urgenza prima della mia partenza. Ti aspetterò vicino al fiume alla fine del banchetto. Non mancare, mi spezzeresti il cuore.
Sempre tuo,
Principe Tricorno.
Il Principe Tricorno osservò con grande attenzione la stella mentre leggeva il messaggio e quando la vide avvampare si tranquillizzò: la stella sarebbe venuta e tutto sarebbe andato come doveva.

Il fiume era un bello spettacolo, con le stelle che si riflettevano sull’acqua. Il Principe Tricorno non pensava più a quando da piccolo il fiume l’aveva tanto colpito; ora, guardandolo, pensava alla regina del palazzo di ghiaccio.
Sospirò e quando sentì dei delicati passettini dietro di sé si vestì di ardore e passione. La stella era dietro di lui che rideva imbarazzata.
Si girò e le corse incontro.
“Vieni via con me” disse con irruenza “Vieni con me”.
“Ma non si può” mormorò la stella.
“Ti giuro, ti giuro che se vieni con me ci sposeremo e vivremo per sempre felici e contenti” e dicendolo la prese fra le braccia “Ti prego, non dirmi di no. Ne morirei”.
La stella sospirò. Sembrava che fosse tentata, ma che non se la sentisse di cedere.
Allora il Principe Tricorno giocò la sua ultima carta. “Se vuoi rimanere qui, rinuncio al regno e rimango.”
“Ma il regno di tuo padre andrà all’altro tuo fratello, non sarai re” rispose la stella con una voce sottile sottile.
“Lo so, ma non mi importa. Se mi sposi non mi importa”. E allora la stella si rilassò abbandonandosi all’abbraccio del Principe Tricorno, che nel frattempo aveva sfilato un pugnale dalla manica.
Avvicinò il viso a quello della stella e proprio quando stava per baciarla, per colpirla!, lei si tirò indietro di scatto, avvertita dalle sue sorelle che dal cielo vedono tutto.
Appena vide il pugnale sguainato la stella cacciò un urlo e volò via nel cielo, a casa, al sicuro.
La stella piangeva convulsamente.
Il Principe Tricorno schiumava di rabbia.
sabato 17 novembre 2012
La lettura
(da Rory)

La lettura per me è sempre stata un piacere, leggere i libri è una cosa meravigliosa.Leggo da quando ero piccola e crescendo ho cambiato i miei gusti ma non ho mai smesso di leggere, perchè è un po' il mio hobby, leggere è una cosa piacevole è un modo per viaggiare con la fantasia di rintanarti in un'altro mondo.Però leggere è anche un modo per acculturarsi, per imparare cose nuove e parole nuove.
Oggi sono sempre meno le persone che leggono e nei giovani la lettura è praticamente assente, non la prendono come una fonte di piacere ma come una cosa obbligatoria,come lo studio.Anche lo studio bisognerebbe prenderlo bene, altrimenti saremmo analfabeti dovremmo considerarci fortunati a poter andare a scuola e a poter imparare invece noi ci lamentiamo solamente, lo faccio anch'io ma devo imparare a vederla da questo punto di vista.
Spesso capita che a scuola la professoressa dia un libro da leggere e la maggior parte non lo fa, perchè è di troppe pagine perchè la storia non gli piace e altro allora la mia prof ha fatto un'esperimento ha detto leggete un libro a vostro piacere, la storia che volete e delle pagine che volete e lo stesso molti non lo hanno fatto. Questo dimostra che ormai stiamo sempre incollati a un pc, è vero ci sto anche io. Vorrei solo consigliare ad ogni ragazzo di togliere anche solo mezz'ora al computer e di prendere un libro del genere che vuole horror,fantasy,romantico ecc. Provarlo a leggerlo e magari vi innamorerete! provatelo, perchè leggere è una delle cose più belle al mondo.
giovedì 15 novembre 2012


Il grande dittatore
(da Lulù)

Il grande dittatore è un film diretto, prodotto e interpretato (nel ruolo di Hynkel e del barbiere ebreo) da Charlie Chaplin nel 1940.
Si tratta di una parodia della dittatura hitleriana.

Il film inizia con una scena di guerra: durante la prima guerra mondiale un barbiere ebreo, che combatte nella XXI divisione dell’artiglieria, salva il comandante Schultz (bellissima la scena in cui questi due stanno scappando su un aereo volando però a testa in giù e non lo sanno). Nel farlo però si ferisce e perde la memoria, perciò viene trattenuto per svariati anni all’ospedale militare.

Nel frattempo in Tomania (leggi: Germania)  è salito al potere un dittatore, Hynkel, che spesso durante il film ha degli scatti di rabbia assurdi e molto comici.
Questo personaggio nel film viene introdotto attraverso un focoso discorso in un qualche strano giargianese (può essere che sia tedesco, ma non so) che una voce narrante ci traduce nel senso generale.
Tanto per dare un’idea, ecco una parte del discorso:
“La democrazia fa schifo. La libertà fa schifo. La libertà di parola fa schifo.
La Tomania è il più grande esercito del mondo. La più grande marina del mondo.
Ma per restare grandi dobbiamo sacrificarci. Dobbiamo stringerci la cinta.
(E qui c’è uno del governo ciccione che si stringe davvero la cinta, poi si siede e , PUM!, la cinta spara XD)
Sua Eccellenza ha vantato le doti della razza ariana.
Sua Eccellenza ha fatto qualche apprezzamento sulla razza ebraica.
In conclusione il fui
(fuhrer) ha osservato che nei riguardi del resto del mondo egli nutre solamente intenzioni pacifiche.”


Tornando al barbiere, lui, dopo tanti anni rinchiuso in ospedale, torna nella sua bottega nel ghetto. Egli non sa nulla di Hynkel e della sua politica antiebraica quindi quando due soldati (chiamati camicie grigie) scrivono con della vernice bianca “Jew” sulle finestre del suo negozio reagisce con una certa violenza.
Bellissima la parte in cui uno dei due soldati gli dice “Heil Hynkel!” e lui con un candore incredibile “E chi è?” XD.
Ad aiutarlo con i militari ci pensa Hanna, serva ebrea che mal tollera i soprusi delle camicie grigie, che prende a padellate i soldati (mi è sembrata un po’ una Rapunzel ante litteram). Le camicie grigie a questo punto vorrebbero impiccare il barbiere a un lampione; fortunatamente però proprio in quel momento passa lì vicino Schultz che riconosce nel barbiere l’uomo che durante la guerra gli ha salvato la vita e che ferma i soldati.
La protezione di Schultz e il blocco della politica antiebraica di Hynkel, che vuole ottenere un prestito da un ricco ebreo per invadere l’Ostria (Austria), creano un momentaneo clima pacifico nel ghetto, dove i soldati non spadroneggiano più taglieggiando gli ebrei, ma diventano anzi gentili.
Questo clima tranquillo permette al barbiere e ad Hanna di instaurare un rapporto solido dai risvolti romantici; proprio durante la loro prima uscita insieme però le camicie grigie rientrano nel ghetto distruggendo tutto: Hynkel, infuriato perché il ricco ebreo ha detto di non voler prestare denaro a un maniaco dalle idee medioevali, ha ordinato di mettere in scena nel ghetto uno spettacolo molto medioevale.

A questo punto però Hynkel, per poter invadere l’Ostria, ha bisogno di un alleato: Bonito Napoloni (Mussolini). Quindi lo invita in Tomania per discutere della faccenda e il loro incontro, dominato dal tentativo di entrambi di mettere in difficoltà l’altro risultando il vincitore, è molto comico.
Alla fine raggiungono un accordo per l’invasione dell’Ostria.
L’imminenza dell’invasione dell’Ostria però ha anche un altro risvolto: Schultz si rifiuta di organizzare l’attacco per cui viene mandato in campo di concentramento. Riesce però a fuggire, rifugiandosi nel ghetto dove cerca di organizzare una congiura per assassinare il dittatore. Non ha però occasione di mettere in pratica il suo piano perché la mattina dopo le camicie grigie catturano lui e il barbiere e il portano in campo di concentramento, da cui però fuggono travestiti da soldati.

A questo punto torniamo all’invasione dell’Ostria: Hynkel si traveste da cacciatore di anatre. Sparando però cade in acqua e senza divisa militare viene scambiato per il barbiere e arrestato dai soldati che lo stavano cercando.
Ovviamente a questo punto il barbiere viene scambiato per il dittatore e viene costretto a tenere un discorso per salutare la conquista dell’Ostria.
A questo punto il barbiere tiene un meraviglioso discorso di uguaglianza e solidarietà tra gli uomini.





La scena più… più… più tutto del cinema. Bisogna proprio vederla per capire, non ve lo posso spiegare io. Dà emozioni incredibili.
Questa scena poi è stata girata una sola volta, senza un copione, “a impronta”.
Chaplin ha improvvisato. Io non ci credevo, come si fa a improvvisare in quel modo, con quella veemenza? Credevo che per parlare con tale sicurezza avesse provato mille e mille volte, invece no, solo una volta.
La soluzione è semplice: Chaplin si identifica completamente nei personaggi che interpreta.
I suoi collaboratori hanno detto che quando Chaplin interpretava Hynkel cambiava atteggiamento anche nei loro confronti diventando aggressivo e prepotente.

Il film ovviamente non venne distribuito in Europa che dopo il 1945 e anche allora con qualche taglio qua e là, perché troppo recenti erano le ferite della guerra e della dittatura. D’altra parte anche in America ci fu qualcuno scontento del film: l’America infatti, anche se non era in stato dittatoriale, era all’epoca ancora simpatizzante con i regimi nazifascisti e Chaplin ricevette alcuni avvisi che gli intimavano di non calcare troppo la mano (forse è anche per questo che il simbolo della Tomania non è la svastica, ma due croci). Risale agli anni ’70 la prima versione italiana restaurata e integrale del film.
Interessante è sapere che Chaplin ha prodotto il film in uno stato di sostanziale ignoranza sui risvolti della politica del Terzo Reich, infatti egli stesso ha dichiarato che se avesse saputo fin dove si sarebbero spinti i nazisti probabilmente non sarebbe riuscito a produrre una parodia così “leggera” di quei criminali.

In ogni caso tanto di cappello a Chaplin che in un periodo così delicato della nostra storia è riuscito a creare un film capace di farti ridere fino alle lacrime, farti incazzare come una belva e piangere come una fontana più e più volte, in solo due ore.  
Un film che è davvero un capolavoro.

Link per vedere il film:

 
lunedì 12 novembre 2012


L’amico immaginario
(da Lulù)
Autore: Matthew Dicks
Titolo: L’amico immaginario
Casa editrice: Giunti
Pagine: 384
Prezzo:
12,00
Disponibile anche in formato ebook.
Link per leggere l’inizio del romanzo:
Trama (riprendo parola per parola quella scritta in copertina):Per Max vivere è una faccenda piuttosto complicata: va in tilt se deve scegliere tra due colori, non sopporta il minimo cambio di programma, detesta essere toccato, persino da sua madre che vorrebbe abbracciarlo molto di più. Del resto ha nove anni ed è un bambino autistico. Per fortuna c’è Budo, il suo invisibile e meraviglioso amico immaginario che non lo abbandona mai e da molto vicino ci racconta la sua storia.
Finché un giorno accade qualcosa di terribile: Budo vede Max uscire nel cortile della scuola e sparire nell’auto della signora Patterson, la maestra di sostegno. Lo chiama, gli ordina di fermarsi, lo rincorre, ma è tutto inutile. L’auto sfreccia via e per la prima volta Budo è solo. Da quel momento, di Max non si hanno più notizie. E quando a scuola arriva la polizia per interrogare gli insegnanti, Budo è l’unico a sapere con certezza che la signora Patterson non sta dicendo la verità. Ma nessuno al mondo può sentire le sue parole, nessuno, tranne il suo amico scomparso... Dov’è finito Max? Che cosa può fare Budo per risolvere un mistero più grande di lui e riaverlo con sé?

Mentre la tensione sale, la voce incantata e potentissima di Budo rapisce il lettore fino alla fine, travolgendolo di commozione e poesia. Un romanzo indimenticabile. 

Definire “L’amico immaginario” come “un romanzo indimenticabile” è un’esagerazione. Di certo sarà indimenticabile per un po’ di tempo, ma non so se fra trent’anni me ne ricorderò ancora. Una cosa però è certa: “L’amico immaginario” è un buon romanzo.
La caratteristica di questa storia è ovviamente la voce narrante, Budo, che si presenta come il protagonista. Budo è un personaggio strepitoso.
È intelligente, ironico e soprattutto non è perfetto. Molte delle cose che fa, le fa perché è egoista: ad esempio sta sempre con Max perché gli vuole bene, ma anche perché se si allontanasse troppo da lui Max potrebbe smettere di credere nella sua esistenza e quindi Budo sparirebbe.
Però quando si arriva al momento decisivo Budo non esita: per salvare Max e fare la cosa giusta è disposto a sacrificarsi, cosa che infatti succede.
Max è un personaggio meno riuscito, più che altro perché interviene relativamente poco. Nella parte centrale è assente dalla storia e nel resto del romanzo tutto quel che sappiamo di lui lo scopriamo perché ce lo racconta Budo, non perché Max ce lo dimostra praticamente.
Una cosa che non capisco è perché hanno etichettato questo bambino come autistico. A me non sembra che abbia chissà quali comportamenti fuori dal normale. Ha tante piccole manie, ma le abbiamo tutti.
Io, ad esempio, se prima di scendere dall’autobus non riesco a bere un sorso d’acqua mi sento assetata per tutta la mattinata, poco importa quanto bevo dopo. Max non sopporta cambiare dentifricio, io non sopporto cambiare deodorante. Eppure nessuno mi ha mai definito autistica.
Mah. Forse un bambino autistico aumenta le vendite.
Ci sono altri personaggi (le maestre, i genitori di Max, vari amici immaginari) che hanno poco spazio e quindi sono ben sviluppati solo per uno o due tratti del carattere e non presentano –ovviamente- la caratterizzazione a tutto tondo di Budo.
La storia mi è piaciuta, è scorrevole e non annoia mai.
Quando c’è un momento di pausa narrativa Budo ci parla degli amici immaginari e del loro mondo ed è una cosa bellissima e molto riuscita.
Il sistema degli amici immaginari è molto ben tratteggiato e intriga molto, in questo modo non c’è mai un calo di attenzione, anzi la suspense in questo libro si spreca: non vedevo l’ora di riprenderlo in mano.
Il finale è il coronamento perfetto per una storia portata avanti con grande perizia.
Si potrebbe definire un lieto fine, ma con un retrogusto amaro.
Max infatti torna a casa, Budo l’ha salvato. Ma a che prezzo? Budo convince Max che lui non esiste, che è solo immaginario, quindi Max smette di credere nel suo amico. Una delle ultime scene mostra Budo che, quando Max torna a casa, alza il pollice per dire al suo amico immaginante “Okay” e lo vede attraverso il suo pollice.  
Budo sta sparendo.
E per finire vi lascio un pezzetto finale del libro, quello che mi ha commosso di più e che, lo ammetto, mi ha fatto piangere:

Avevo ragione: sta succedendo oggi. Stamattina, quando Max ha acceso la luce, riuscivo appena a vedermi. L’ho salutato e lui non mi ha risposto. Non ha nemmeno guardato verso di me.
E poco fa ho cominciato ad avere questa strana sensazione.
Sono seduto in classe con la signora Gosk. Max è sul tappeto con gli altri bambini. La signora Gosk sta leggendo un libro intitolato
Le avventure del topino Despeaux.
(…)
Sono felice di morire in classe con la signora Gosk. Max e la signora Gosk sono le due persone che preferisco al mondo. È bello pensare che saranno il mio ultimo ricordo.
Solo che tra un po’ non avrò più ricordi. Sarà bello morire con Max e con la signora Gosk, ma solo fino al momento in cui morirò davvero. Da quell’istante in poi, niente avrà più importanza. Da quell’istante in poi, niente avrà più significato per me. E non soltanto quello che succederà dopo, ma anche tutto quello che è successo prima. Quando morirò, morirà tutto quanto.
Mi sembra davvero uno spreco enorme.
Guardo Max, che è seduto ai piedi della signora Gosk. La storia di Despeaux gli sta piacendo almeno quanto piace a me. Sta sorridendo. Ora sorride veramente. Questa è la differenza più grande tra il Max che credeva in Budo e il Max che non ci crede più. Ora sorride. Non molto, ma ogni tanto sì.
(…)
Mi giro a guardare Max. Il mio amico. Il bambino che mi ha creato. Vorrei essere arrabbiato con lui perché mi ha dimenticato, ma non lo sono. Non riesco ad arrabbiarmi con Max, gli voglio troppo bene. Niente avrà più importanza quando smetterò di esistere, ma credo che in qualche modo continuerò a volergli bene.
Ormai la morte non mi fa più paura. Mi sento solo triste perché non vedrò più Max.
(…)
Non ho più bisogno di esistere per me stesso. Vorrei esistere solo per Max. Per conoscere la sua storia.
(…)
“Ti voglio bene, Max” sussurro, mentre il suo viso e ogni altra cosa al mondo si dissolve nel bianco.

Talmente commovente che anche ora mi sta riscappando una lacrimuccia.
Vale la pena leggerlo, poco ma sicuro.

Una cosa però non mi è piaciuta di questo libro: l’edizione.
Certe parole grandi come palazzi e le pagine che per metà sono bianche.
Questa non solo è una presa per i fondelli per il lettore (perché così è facile arrivare a 400 pagine, fare mattone e far pagare di più il libro) ma è anche un indicibile spreco di carta. E in questo periodo di deforestazione non possiamo permetterci di sprecare anche carta extra perché così la casa editrice guadagna 2 euro in più su ogni copia venduta. Che schifo.



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Rory e Lulù
Siamo due cuginette, Luisa e Rosa, che vivendo lontane hanno deciso di scrivere un blog insieme. A Luisa piace leggere, guardare gli anime e studiare (che secchiona!!!); a Rosa piace leggere, vedere film e scrivere. Speriamo tanto di riuscire a intrattenervi e ad interessarvi e che questo blog vi piaccia!
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